Attitudine filosofica e innovazione

Avere una attitudine filosofica significa essere aperti alle novità e in costante ricerca, pronti a stupirsi, significa scegliere di stare in una posizione curiosa e dialogante e anche avere uno spirito avventuroso, significa pensare criticamente e agire con coraggio e visione.

Mantenere un’attitudine filosofica vuol dire impegnarsi a condurre bene i nostri pensieri, andare alla sostanza delle cose, cercando i nessi, allacciando fili, sapendo vedere le relazioni tra gli elementi e facendo attenzione alla dimensione più ampia.

Filosofare è ricercare insieme, è dialogare. Oggi più che mai abbiamo bisogno di uscire da una dimensione singolare — individuale e spesso individualistica — per riallacciare legami, per ri-trovare connessioni perdute e scoprirne di nuove possibili.

Il libero fluire di pensieri nel dialogo, infatti, ne genera di nuovi, i quali, a loro volta, potranno essere propulsori di un nuovo agire in grado di contribuire ad attuare quel cambio di paradigma di cui tutti sentiamo forte il bisogno.
Ritrovare la capacità di meravigliarsi, avere una visione ampia e sistemica, sapersi porre in una prospettiva di medio lungo periodo, sviluppare e coltivare una capacità immaginativa e creativa diffusa, saper trovare e dare senso.

Tutto questo è vitale per evolvere e ‘aiutare il futuro ad emergere’.

La filosofia non è solo un ‘cosa’ — la storia del pensiero attraverso chi se ne occupato con passione — è anche, e soprattutto, un ‘come’.

Praticare la filosofia significa assumere una postura, un atteggiamento mentale che partendo dal presupposto di non avere certezze o verità assolute, fa essere in continua ricerca, fa assumere molteplici prospettive cogliendone tutte le implicazioni, fa mettere costantemente in discussione quello che si sta facendo e i suoi risultati senza pigrizia, fa stare sempre attivi la mente e il cuore, fa praticare l’osservazione continua e un ascolto profondo.

A guardare bene, allora, il filo-fare sembra parente prossimo dell’innovare. L’innovazione, infatti, richiede ‘movimenti’ e capacità analoghi anche se, nella maggior parte dei casi, ce ne dimentichiamo.

Ma se esiste questo legame stretto, può essere molto utile conoscere meglio i metodi e gli strumenti della filosofia e praticarne l’arte, andando ‘alla fonte’ di quanto ritenuto indispensabile per sviluppare innovazione ampliando lo spettro delle metodologie, delle esperienze e delle possibilità, mantenendoci aperti al nuovo e capaci di creare il nuovo trasformando costantemente — e in modo sofisticato e lungimirante — la realtà complessa.

Abbiamo già parlato delle ‘quattro lenti dell’innovazione’ ovvero delle quattro prospettive di business, identificate da Rowan Gibson come quelle che hanno consentito a personaggi come Steve Jobs, Richard Branson, Jeff Bezos — così come a molti ‘innovatori’ nel corso della storia — di sviluppare idee che hanno ‘cambiato le regole del gioco’.

Se le riguardiamo alla luce dei loro presupposti filosofici è facile rendersi conto che per ‘sfidare le ortodossie’ (lente gialla) è necessario mantenersi in un atteggiamento di costante ricerca e di messa in discussione continua dello status quo e delle proprie convinzioni.

Anche ‘cavalcare le tendenze’ (lente verde) è frutto della capacità di immaginare cosa succederà osservando attentamente e sforzandosi di comprendere cosa accade nel presente. Scrive Gibson che gli innovatori “mostrano un interesse più acuto per quel che succede nel mondo […] non solo sono più bravi a cogliere i segnali, sono soprattutto più bravi a leggerli. Ad acute capacità di osservazione uniscono capacità di riflessione straordinarie”.

‘Fare leva sulle risorse’ (lente blu) significa, nella maggior parte dei casi, essere capaci di ricombinare in maniera sempre nuova le proprie risorse o saperle integrare con quelle altrui per generare qualcosa che prima non c’era. Ancora una volta associare, combinare, porsi domande apparentemente inutili del tipo “Cosa accadrebbe se……” — attitudini decisamente filosofiche — sono cruciali per qualsiasi innovazione, nel business come in qualunque altro campo.

E guardiamo, infine, alla quarta lente (rossa) quel ‘comprendere i bisogni’ dei nostri clienti attuali e potenziali. Questo non si traduce nel solo ascolto, sebbene, al massimo livello di profondità. Comporta anche la capacità di riconoscere quando abbiamo degli schemi consolidati nella nostra mente che ci danno una comprensione preconcetta di un certo prodotto o servizio e ci impediscono di immaginare come le cose potrebbero o dovrebbero essere altrimenti. In filosofia questa è la capacità di osservare come pensiamo, di sottoporre ad analisi critica i nostri processi di pensiero per verificare che siano ben condotti e che non rimangano prigionieri di quello che sappiamo e crediamo. Questo infatti ci impedirebbe di avere intuizioni ‘fresche’ circa bisogni o problemi che neanche il nostro cliente sarebbe in grado di indicarci.

Un altro esempio di quanto le skill che mostrano di avere gli innovatori non siano altro che attitudini filosofiche, è quello fornito da Jeff Dyer, Hal Gregersen e Clayton M. Christensen, docenti dell’INSEAD e della Harvard Business School, con il loro “The Innovator’s DNA”. In esso, analizzando i risultati di una ricerca svolta su un database di ca. 5.000 profili di innovatori, individuano, infatti, le 5 capacità che, a loro parere, compongono il DNA degli innovatori radicali (disruptive innovators).

La prima, e più importante, è la capacità di associare elementi diversi. Le altre sono la capacità di porre e porsi domande, la capacità di osservare, quella di fare rete e quella di sperimentare. Abbiamo già anticipato quanto queste capacità siano comuni tra filosofi e innovatori. Vediamo come ne parlano gli autori.

La capacità di associare — ovvero l’abilità di fare connessioni originali e sorprendenti tra conoscenze, settori, componenti, materiali, usi, ecc. — è una capacità frequentemente data per scontata ma che rappresenta la finalità implicita con cui vengono esercitate le altre capacità identificate come cruciali.

Il ‘muscolo’ della capacità associativa può essere sviluppato attraverso la pratica attiva del porsi domande, dell’osservare, del fare rete e dello sperimentare. Trovare la giusta domanda, condurre osservazioni appassionate, parlare con persone diverse e sperimentare nel mondo le proprie idee — tutte attitudini che facilmente riconosciamo come filosofiche — in genere consentono ‘insights’ associativi importanti che spesso costituiscono l’’innesco’ del processo di generazione di una innovazione.

Porsi le giuste domande era considerato cruciale da Albert Einstein che addirittura scrive: «La formulazione di un problema è spesso molto più importante della sua soluzione». Per gli innovatori il porsi domande non è un esercizio intellettuale ma, piuttosto, un modo di vivere. Loro mettono costantemente in questione la saggezza comune sfidando convinzioni, convenzioni, limiti e confini. Anche per la filosofia il fare domande, buone domande, è un’attività cruciale.

Molti innovatori sono intensi osservatori, guardano il mondo intorno a sé, fanno attenzione a ciò che funziona ma, ancora di più, a ciò che non funziona e sono particolarmente sensibili al notare come persone in un ambiente diverso abbiano trovato soluzioni diverse — spesso migliori — per risolvere un problema. In tal modo cominciano ad allacciare fili tra elementi normalmente non connessi e questo produce idee, in tutti i campi, non comuni. In genere le loro osservazioni coinvolgono tutti i sensi e spesso sono innescate da domande ‘irresistibili’.

Pensare ‘outside the box’ richiede saper collegare idee del nostro campo di conoscenza con quelle di altri che operano in campi diversi, fuori dalla nostra sfera di interesse. Per questo gli innovatori escono frequentemente dal proprio contesto abituale per incontrare persone che hanno background e culture differenti. Il principio base del ‘networking delle idee’ –completamente diverso dal semplice networking tra le persone — è costruire un ponte tra la propria area di conoscenza e altre molto lontane, interagendo con qualcun* con la/il quale, nella nostra abituale rete di conoscenze, non interagiamo.

Gli innovatori, inoltre, sperimentano attivamente le loro nuove idee creando prototipi e lanciando test pilota ma oltre questo provano nuove esperienze, innescano nuove abitudini, ‘smontano’ — decostruiscono — prodotti e processi alla ricerca di nuovi dati che possono far scaturire una nuova idea. I buoni innovatori hanno capito che fare domande, osservare e creare nuove reti di persone e di idee, ci forniscono dati sul passato (cosa è stato) e sul presente (cos’è), ma solo sperimentare genera informazioni su cosa potrebbe funzionare nel futuro. È il miglior modo per rispondere alla domanda “what if…” (cosa accade se…) quando stiamo cercando nuove soluzioni.

Potremmo continuare ancora a esaminare la letteratura sterminata sull’innovazione e i suoi processi e sempre ci ritroveremmo a scoprire — o meglio riconoscere — quanto di filosofico c’è in essi.

Oggi che tutto ciò che ha funzionato finora sembra essere improvvisamente, contemporaneamente e drammaticamente collassato e quando abbiamo una vitale necessità di innovare in tutti i campi del nostro vivere, appare significativa la rinnovata attenzione, che possiamo registrare sempre più spesso, a quello che la pratica della filosofia — e il mantenimento di una attitudine filosofica nella relazione con ciò che accade dentro e fuori di noi — può offrire per fondare su nuove, seppur antichissime, e solide basi il pensiero in grado di farci evolvere e costruire il futuro.

Pensare Bene per generare valore per tutti — Bottega Filosofica, filosofia in pratica dal 2012

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